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La terza (e ultima) vita di Aiace Pardon

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«Come si chiama il tuo amico?» chiese il poliziotto.
La vecchia di fronte a lui sedeva in una posa rigida e composta. Stava quasi in bilico sull’estremità della sedia, testa inclinata a destra, mento alto, schiena ritta, spalle aperte e ginocchia serrate, mani intrecciate in grembo, caviglie incrociate un po’ di lato. La si sarebbe scambiata per una signorina d’altri tempi, se non fosse stato per quel cranio quasi calvo e per la bazza da cui spuntavano alcuni spessi, ispidi peli bianchi.
«Si chiamava», puntualizzò lei con un sorriso paziente e sdentato. «Poiché, come ho testé riferito, il mio amico è morto, l’uso dell’indicativo imperfetto è imposto dalle circostanze… infauste.»
L’ufficio denunce era stipato di agenti venuti a dare un’occhiata a quella strana creatura. C’era Sebastiano Piga, appoggiato al calorifero; c’erano Vito Speranza, Filippo Pizzi, Mirko Spatuzza e Santo Casagrande, che avevano già concluso il turno; c’era Greta Asperti, l’unica donna del Commissariato Garibaldi Venezia; c’era Alex Lotoro, interessato soprattutto al fondoschiena della collega; c’era pure Atif, l’inserviente pachistano, con il secchio e... Leggi le prime 21 pagine del libro

Primi capitoli del libro di: 

Alessandra Selmi, La terza (e ultima) vita di Aiace Pardon, Baldini & Castoldi, marzo 2015