Il sopravvissuto di Auschwitz
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La giornata era iniziata come tutte le altre, con la campana che ci svegliò alle quattro del mattino. Sapevamo di dover scattare in piedi, perché non potevamo perdere nemmeno un minuto; ogni minimo ritardo era possibile di punizione. Eravamo ancora intontiti dal sonno, ma creavamo una parvenza di ordine e normalità e subito spianavano i pagliericci infestati di pidocchi sulle brande, per pura forza dell'abitudine. Fatto questo ci mettevamo in fila per sciacquarci appena la faccia e le mani, oppure per andare alla latrina. I kapò pattugliavano il luogo berciando: "Beeil dich. Mach schnell!", "Sbrigati. Fa' in fretta!", mentre noi facevamo i nostri bisogni alla bell'e meglio. Questo significava accosciarsi sopra a dei buchi, schiena contro schiena con un altro, sull'altro lato della fila.




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