Copertine

La fiaba dell'eroe non si esaurisce col gran gesto che lo rivela il mondo. Sia nelle leggende che nella vita, il gran gesto non costituisce che l'inizio dell'avventura, l'avvio della missione. Ad esso segue il periodo delle grandi prove, poi il ritorno al villaggio o alla normalità, poi la sfida finale dietro cui si nasconde l'insidia della morte sempre evitata. Il periodo delle grandi prove è il più lungo, forse il più difficile. E lo è perché, durante quello, l'eroe si trova completamente abbandonato a sé stesso, irresistibilmente esposto alla tentazione di arrendersi, e tutto congiura contro di lui: l'oblio degli altri, la solitudine esasperata, il rinnovarsi monotono delle sofferenze.

No, il vero tratto distintivo di chi ha sofferto per davvero è che, in fondo, è: gentile. C'è come un velo di clemenza sopra tutti i gesti, chi ha sofferto davvero non infierisce mai, non calpesta, sta attento a tutto, osserva, se può evita di ferire e se non può preferisce ferire se stesso; la voce gli si colora di un soffio mite di calore, non urla più e se lo fa, lo fa solo contro il vento. Chi ha sofferto davvero è diverso perché è riservato, esce senza la pistola, sorride leggero, scherza tutto il tempo, non fa sempre a gara, chiede scusa, cammina in punta di piedi. E ride, ride un sacco, più di chiunque altro. Chi ha sofferto davvero conosce il segreto delle lacrime, quello che sono nel profondo, e cioè: preziose. Chi ha sofferto davvero ha l'anima lavata, che profuma.

All'inizio, narra dunque il libro della Genesi, l'adam vive tranquillo nel giardino dell'Eden.
E l'adam è l'umanità.
Non è un uomo che per un qualche motivo si chiamasse Adamo: adam in ebraico vuol dire "l'essere umano", "l'umanità" in generale. Perciò nel capitolo I della Genesi si dice che dopo aver creato l'universo e gli animali e una quantità di altre cose e di altri esseri
Dio creò l'adam a sua immagine,
a immagine di Dio lo creò:
e maschio e femmina lo creò.
L'adam, l'essere umano, l'insieme di tutti gli uomini e di tutte le donne viveva dunque in quel giardino, all'inizio, insieme a Dio, in un modo chiuso e comodo come il grembo in cui vive il feto.

Non volevo spingerlo a parlarmi di ciò che lo preoccupava. Della clinica piuttosto. Come gli avevo detto poco prima non ne ero assolutamente a conoscenza né arrivando avevo notato qualcosa che facesse pensare a un ospedale o cose del genere.
– Scoprirne l’esistenza non lo si può certo definire un colpo di fortuna, – rispose Ermini.
– Si trova fuori da Spatz? – mi informai.
Ermini scosse la testa.
– No, – rispose. – Si trova fuori dal Paese.
Forse non avevo compreso.
– Oltre il confine? – chiesi.
Ermini scosse nuovamente la testa.
– Non mi sono spiegato bene, – disse.
La clinica si trovava fuori dal nostro Paese, oltre i confini, ma non apparteneva a nessun’altra nazione, solo a sé stessa. Era sorta in quella striscia di terra di nessuno che i piú, da quelle parti, chiamavano terra morta.

Inferno. Ovvero persone che non sanno cosa fanno. "Perdona loro, Padre, perché non sanno quello che fanno": voi lo intendete nel senso che chi non sa quello che fa può contare su un perdono divino, ma non è così: Non sapere ciò che si fa è già il castigo e l'inferno: è vivere senza essere se stessi, lontano dalla propria anima. "Perdonali" vuol dire appunto "fa' che chiedano perdono". Per un ebreo come Gesù non c'è perdono se non per chi lo chiede. Fa' che si accorgano di non sapere ciò che fanno e ciò che sono. E' già un castigo sufficiente."

Tutto ciò ha che fare, naturalmente, con il principio che Gesù aveva intuito al suo primo incontro con la Maddalena: se uno ha poche hamartiai da cui liberarsi, è perché ama poco. Ovvero: quanto più intensi i tuoi sentimenti, tanto più trovi nel tuo passato hamartiai che stanno paralizzando la tua vita - e tanto più sarai disposto ad avventurarti nel sempre, perché quelle paralisi ti si allontanino. Ma oltre un certo limite questo sovrappiù di amore entra in conflitto non soltanto con la normalità borghese, ma con il senso stesso della realtà, di cui la nostra civiltà si serve per decidere che cosa esista nel mondo.

In quel momento ho capito qual è l'unico significato che al giorno d'oggi può avere l'amicizia: è indispensabile all'uomo per il buon funzionamento della sua memoria. Ricordarsi del proprio passato, portarselo sempre dietro, è forse la condizione necessaria per salvaguardare, come si suol dire, l'integrità dell'io. Per fare in modo che l'io non rimpicciolisca, che mantenga immutato il proprio volume, bisogna annaffiare i ricordi come i fiori in vaso, e l'operazione richiede un contatto regolare con i testimoni del passato - ossia con gli amici, che sono il nostro specchio, la nostra memoria. Da loro non pretendiamo altro se non che, di tanto in tanto, lucidino quello specchio perché noi ci si possa guardare dentro.

"Secondo te, perché i vostri Dei supremi hanno tanta paura che gli uomini si evolvono?"
Temono di perdere il posto?
"Non solo. E' perché gli uomini hanno paura che lo perdano. Gli uomini hanno n gran bisogno di credere che Dio rimanga sempre: sempre uguale, e sempre più in alto di loro. Tutti gli umani hanno più paura che avvenga qualche mutamento in cielo in quanta ne possa avere Dio stesso. Ma al contempo sentono chiaramente che la loro vita è tutta quanta mutamento ed evoluzione; e che non possono fermare tale evoluzione; e che questa evoluzione finirà per cambiare ogni cosa. Perciò vogliono che la fermi Dio. Proiettano sul Dio supremo quella loro paura, e si tranquillizzano guardando il supplizio di chi voleva aiutarli a crescere. E il Dio supremo obbedisce agli uomini."

«E che farete?» «Semplice: molliamo tutto e scappiamo di casa.» «Ma quanti siete, ancora ventiquattro?» «Ma va’! Uno è partito per il militare, un’altra sta per sposarsi con uno ricco di Borgo Trento e tutti gli altri sono diventati universitari a tempo pieno. Siamo rimasti in cinque: io, Nini, Franco, Gianandrea e la Spray.» «No, non siete in cinque. Siamo in sei. Perché io vengo con voi.» Quando sono successe queste cose ero a casa per le vacanze di Natale del 1970. Pochi giorni dopo, ai primi di gennaio, eccoci tutti e sei in partenza verso la più grande delle avventure: conquistare Roma con le nostre canzoni, le nostre battute e la nostra incoscienza.

Il vento flagellava le imposte; i vetri e le porte scricchiolavano; uno scroscio profondo che si distingueva a volte tra i diversi rumori della porcellana. Era stato lungo l'inverno; di sofferenze, di battaglie, di tormente. Dopo, quando in primavera venne la pace, scendemmo dai monti del patimento e ci accampammo in un luogo selvaggio e torrido dove tra i cespugli spinosi e le tende strisciavano le vipere. Ma partimmo anche da là e dopo nove giorni di marcia giungemmo al mare. Sulla sabbia per ore distesi, nudi per farci cavare dalle ossa l'umore della guerra. Il mare ci lambiva a ogni flusso e il sole ci asciugava a ogni riflusso.