Copertine

L'aveva vista negli ultimi mesi alla stazione - con la fronte identica del bambino, lo stesso mento, gli stessi occhi rassegnati di orfana, identica necessità di sopravvivere - aggirarsi con la pancia gonfia tra il capolinea del tram e le banchine dei treni in partenza. Raccoglieva elemosine, cibo e vestiti perché l'illusione di un lavoro - badante, cameriera, commessa, stiratrice nelle lavanderie dei poveri - si era spenta quando i segni della gravidanza si fecero inequivocabili: nessuno offriva un lavoro a una donna nera e incinta. Trasportava il grembo maturo come una soma estranea al suo corpo. Durante le attese di autobus e tram la sagoma goffa e innocente della ragazza aveva attirato la sua attenzione.

Seduto sulla panchina, respirando silenzio e aria di pioggia in arrivo, cercai confusamente di riorganizzare il mio precario e immediato futuro. I pensieri si rincorsero, si accavallarono, cambiarono direzione all'improvviso e spesso si annullarono gli uni con gli altri. Anche se a Roma non avevo più una vita dignitosa. Figuriamoci se non sarei tornato nella casa in cui avevo vissuto fin dalla nascita, nella mia città, con la mia Nenè, l'unico essere vivente che mi aveva fatto compagnia dopo che le mie sorelle se ne erano andate tutte, tre si erano sposate altrove; Virginia e Sveva, le più fortunate, avevano potuto studiare in America e lì erano rimaste e si erano accasate. Non avevano avuto figli ed erano morte, serenamente, di vecchiaia, a poca distanza l'una dall'altra

Attraverso un'altra cittadina di piccole dimensioni chiamata Ostra. Dopo aver controllato sulla mappa, Dries stabilì che eravamo giunti abbastanza lontano e potevano concederci una bella pausa. Avevamo camminato all'incirca due ore e mezza, a giudicare dal sole, e quando arrivammo un ponticello su un torrente, abbandonammo la strada e procedemmo verso monte lungo la sponda finché non scorgemmo il posto perfetto per un picnic: un sorgente naturale circondata dagli alberi a ridosso di un ponticello verde. Cedendo alla tentazione, io e Juke ci spogliammo e ci immergemmo nell'acqua per una meravigliosa nuotata, mentre Dries e Nell ci guardavamo dalla riva. Dopodiché pranzammo con le uova, il formaggio e il pane, e ci sdraiammo sull'erba per un sonnellino.

Non aveva fatto che pochi passi, poco oltre la drogheria delle sorelle Squisizia, quasi all’altezza della bottega del ciabattino Nottola, quando, uscita dal buio, dopo aver toccato terra con un rumore di ferraglia, tra i piedi gli rotolò qualcosa che andò a fermarsi poco oltre.
Il Maccadò volse gli occhi in alto senza vedere altro che la striscia di cielo tra i tetti delle case che si fronteggiavano nella contrada. Solo dopo si mosse per vedere cosa diavolo fosse l’oggetto piovuto dal buio e lo raccolse.
Una sveglia? Sulle prime non se ne capacitò ma dovette farlo una volta che l’ebbe raccolta, poiché proprio di una sveglia si trattava.
Con quella in mano, anziché il pane con le uvette, e chiedendosi chi fosse l’imbecille che l’aveva lanciata, si diresse verso casa.

Aveva smesso di piovere .Rosa prese coscienza del silenzio che regnava in quel luogo ,un silenzio "orizzontale ",puro e incomprensibile. Non ha senso ,pensò .Eppure quel silenzio planava sui vialetti ,Rosa sentì che colpiva a mezza anca, che formava una tovaglia ,di onde invisibili tra pietra e aria. Da una parte e dall'altra del passaggio c'erano muri, teti grigi ,giardini che si scorgevano attraverso portici di legno. Cercò di tenere a mente che era solo una marionetta portata a spasso per volontà di un morto, ma il silenzio dei luoghi le scorreva addosso facendola smarrire in pensieri inediti. Si fermarono di fronte all'ingresso di un tempio adestra ,su un pannello di legno lesse Koto-in .

“Tra un intervallo e un altro di nuova commedia, vidi entrare nel mio camerino un bel signore di statura piuttosto alta, anziano, con baffetti bianchi e pizzetto, di aspetto modestissimo, sorridente, col cappello in mano e accompagnato da una signora elegante, piacente e sorridente dai capelli color Tiziano, in abito nero con bella scollatura rotonda pajettata. Il signore era Pirandello, la signora Marta Abba. Io personalmente, non li conoscevo”.
Era l’aprile del 1933. Fu in questo periodo che a Luigi Pirandello, dopo aver assistito ad un’esibizione dei De Filippo, venne l’idea di collaborare con loro. Il primo incontro avvenne al Sannazaro, a Napoli, durante la rappresentazione di Chi è cchiù felice ‘e me!.

Mezzanotte. Agata stava rientrando a casa in auto dopo la
riunione all’azienda vinicola. Le cifre emerse erano un trionfo. Sotto
la sua guida, la Cantina Borgo del Tasso, di Cuneo, aveva ottenuto
un aumento dell’utile pari al quarantadue per cento dall’anno
passato e del sessantasette rispetto al precedente.
Aveva creduto in quella realtà fin dall’inizio, acquisendo per una
cifra modesta un’impresa vinicola storica, amministrata però così
male da essere ridotta quasi allo sfacelo. Erano stati necessari
cospicui investimenti, peraltro osteggiati dalla sorella maggiore
Diana, e da buona parte del consiglio d’amministrazione della
holding di famiglia. Così, negli ultimi tre anni, Agata aveva lavorato dalla mattina alla
sera senza concedersi un giorno di ferie.

- Ma siete proprio certa, mia buona signora, di volervi liberare di questa nebbia? Non è forse meglio che le cose rimangano nascoste alle nostre menti?
- Sarà così per qualcuno, padre, ma non per noi. Axl e io desideriamo riavere i bei momenti vissuti insieme. Ne siamo stati derubati, come se un ladro nottetempo fosse entrato in casa a portarci via quel che avevamo di più prezioso.
- Ma la nebbia copre tutti i ricordi, i brutti come i belli. Non è così, mia signora?
- Che tornino anche quelli brutti, seppure ci faranno piangere o tremare di rabbia. Non è comunque la vita che abbiamo vissuto insieme?

Arrivarono giorni vaghi. Vivevo immerso in una bolla, guardavo all’esterno ma non udivo alcun suono. Il tempo gocciava come un rubinetto rotto, sensazioni contrastanti, un tenue percepirmi smarrito. Patrizia aveva ragione, era un salto smisurato, una caduta senza fine, un baratro del quale non vedevo il fondo.
Mi raccontò delle prime nausee e di come avesse percepito la novità del suo corpo che cominciava a cambiare. I seni più duri, le labbra più gonfie, il pensiero più rapido. La gravidanza ne amplificava la corporeità, espandendo i suoi sensi e l’istinto. Al contrario, io cercavo di chiudere ogni cosa dentro me, mantenendo una neutralità impassibile.

Intorno era tutto silenzio: a quando a quando, trasportato dal venticello, giungeva all'orecchio del giovane il canto dell'acqua, che scendeva contrastando sui sassi, in fondo al burrone; e poi qualche grido indefinito, che si perdeva nell'aria; e poi il canto di un gallo, cui rispondevano altri galli, più lontani, a intervalli pari; o l'improvviso latrato di un cane. Voci di una vita che pareva assai lontana da quella grotta misteriosa, debolmente illuminata dalla lanterna e della quale egli non sapeva la profondità, né scorgeva l'ingresso, né vedeva i confini.
Dal suo posto egli guardava il vecchio romito, che sedeva un po' più in là, illuminato di profilo dalla lanterna con tocchi violenti di luce, che ridavano l'energia dei tratti non domati dagli anni.