È così che si uccide
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Da giorni Roma era stordita da quella pioggia opprimente. La Nomentana era allagata d’acqua sudicia che le incapaci fogne della capitale si divertivano a rigurgitare, grigia come il cielo che l’aveva liberata. I tombini provavano a inghiottire l’enorme massa liquida, mentre detriti e cartacce navigavano lungo la via. Il traffico, saturo d’ossido di carbonio, clacson e maledizioni, si arrampicava come un enorme bruco per la grande arteria stradale. L’Aniene aveva rotto gli argini anche a ponte Nomentano e aveva assunto, nell’instancabile vorticare, un colore giallastro. Quel supplizio meteorologico, pensò Mancini, non avrebbe avuto ragione dei romani che, nei secoli, avevano imparato a non meravigliarsi di nulla, ma a imprecare e tirare avanti.




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